Domenica 18 giugno 1989 si gioca la 33° giornata del campionato di serie A 1988 – ’89 ed il Pescara cala il sipario sul palcoscenico “dell’Adriatico” contro la Juventus. Dopo lo scudetto conquistato dall’Inter addirittura con quattro turni d’anticipo, l’interesse verso il primo massimo campionato a 18 squadre e quattro retrocessioni si è concentrato sulla lotta per la sopravvivenza. A tal proposito, ecco, sette giorni prima, la prima vittima, ovvero il fanalino di coda Pisa. Ora, ci sono altre nove squadre impegnate a darsi battaglia per non occupare le ultime tre delle quattro caselle di classifica, di cui una, come detto, già occupata dai toscani. A due turni dal termine, infatti, la zona calda della graduatoria recita: Verona, Ascoli, Lecce e Bologna 28 punti; Cesena 27; Lazio 26; Torino e Pescara 25; Como 22 e Pisa 21. Con una vittoria contro i bianconeri, il Delfino darebbe un senso reale agli ultimi novanta minuti, da giocare sotto la torre pendente – già caduta tra i cadetti – naturalmente con un orecchio interessato alle radioline per conoscere l’esito di Atalanta – Lecce, Cesena – Como, Fiorentina – Bologna, Lazio – Sampdoria, Milan – Ascoli, Torino – Inter e Verona – Roma. Una stagione lunga ed estenuante, insolitamente iniziata ad ottobre per permettere lo svolgimento delle Olimpiadi di Seoul 1988 e trascinatasi sino alla calura di giugno. La squadra di Galeone ha a lungo ruminato gioco, sembrando salva a metà del guado. Poi, però, ecco il “lento pede” con cui il Delfino percorre il girone di ritorno, capace di vincere solo a Roma (3 – 1 ai giallorossi) per poi abbinarsi alla “X”, uscita sulla ruota di Pescara per ben nove volte dal 17° al 32° turno. Notevoli carenze in prima linea e diversi match ball sprecati nel fortino “dell’Adriatico”, che avrebbero potuto contribuire alla risalita in classifica del Galeone biancoazzurro, a serio rischio di affondare. A scongiurarlo, ci provano Gatta, Camplone, Bergodi, Ferretti, Junior, Ciarlantini, Caffarelli, Marchegiani, Lalli, Tita e Berlinghieri. Agli abruzzesi, non resta, pertanto, che battere una Juve che ha anch’essa vissuto una stagione travagliata, surclassata quasi subito dallo strapotere di Inter, Napoli e Milan nella lotta al titolo, fatta fuori da Maradona e co nella semifinale di Coppa UEFA – poi vinta dai partenopei – e, anzitempo, da Ascoli e Como, risultate migliori nella classifica del secondo girone di Coppa Italia, giocato a settembre. Un vero e proprio calvario per l’ambiente bianconero, francamente poco abituato a tracciare una scia così lunga di insuccessi, a cui hanno contribuito una squadra piuttosto avanti nell’età media ed uno strano straniero, di nome Alexander Zavarov, proveniente dall’Ucraina (allora Unione Sovietica) e destinatario di un ruolo (vero/falso centravanti o rifinitore) ancora sconosciuto. Zoff, allenatore bianconero, le ha provate tutte per capirlo, ma, arrivati alla penultima di campionato, stante anche l’incomunicabilità pressoché totale dell’ex soldato del colonnello Lobanowski – che parla solo russo e si affida ad un interprete – sembra aver gettato la spugna, in attesa di definire insieme alla società il futuro del sovietico. Che, tra l’altro, sembra giunto all’epilogo del campionato decisamente spompato, dopo aver giocato ininterrottamente da circa 17 mesi. Intanto, però, la Vecchia Signora. Imbattuta da otto turni, equamente spartiti tra vittorie e pareggi, ha un quarto posto ed una qualificazione alla Coppa UEFA 1989 – ’90 da difendere con le unghie e con i denti, viste le cocenti delusioni patite fino a quel momento. Assente in attacco Laudrup, in campo vanno Tacconi, Favero, De Agostini, Galia, Bruno, Tricella, Marocchi, Barros, Buso, Zavarov e Magrin.

Un piacevole venticello di terra mitiga i 25° che invogliano più a tuffarsi nel mare che nello stadio “Adriatico”. Il Pescara prova a fare la partita, ma la Juve non sembra intenzionata ad elargire regali di alcun tipo. Anzi, è proprio Madama a costruire l’unica vera chance del primo tempo, alla mezz’ora, con Buso, che spedisce alto sulla traversa un triangolo di inzuccate con Magrin, sviluppatosi dopo un cross di Galia dalla destra. Una delle poche circostanze in cui il centravanti juventino riesce a liberarsi della marcatura asfissiante di Ciarlantini e Ferretti, che, assicurando buon filtro insieme a Caffarelli, Tita e, soprattutto, ad un infaticabile Marchegiani, soffocano le geometrie bianconere. Tra l’altro, Buso è ben poco assistito da Barros, appena rientrato da un infortunio ed ancora non al meglio, e da Zavarov, che sembra perdere una delle ultimissime occasioni per far ricredere gli juventini.

Galeone chiede più coraggio ai suoi, che lo accontentano all’inizio del secondo tempo, quando due buone azioni tinte di biancoazzurro risvegliano il pubblico assopitosi nel torpore pomeridiano dei primi caldi estivi: Junior serve uno splendido pallone filtrante che Tita colpisce male e spedisce sul fondo in diagonale; quindi, su traversone dalla destra di Ferretti, il giovane Lalli manda alto di testa. Proprio il ventenne centravanti della primavera, apparso ancora acerbo, lascia poco dopo il posto ad Edmar. Al 18’, Buso effettua dalla sinistra un tiro – cross smanacciato da Gatta, unico intervento in tutta la partita del portiere azzurro, che, tre minuti dopo, si tuffa sulla propria destra ad accompagnare una conclusione dalla distanza di Magrin, non molto lontana dal palo. Galeone tenta il tutto per tutto, togliendo Camplone, un difensore, ed inserendo la terza punta, Zanone. Zoff non si fida, preferisce che i suoi terminino all’insegna del contenimento e si affida a tutta l’esperienza di Cabrini – al passo d’addio – al posto di Zavarov, infoltendo la linea difensiva nell’ultimo quarto d’ora. Il pubblico spinge il Delfino ad osare fino al 90’, ma è come se i biancoazzurri, invece di provare a griffare il goal della vera speranza, avessero paura di subire quello del definitivo ko, non avendo il coraggio di sbilanciarsi in avanti.

Dunque, l’ultima battaglia stagionale “dell’Adriatico” termina con un pareggio che può certo accontentare la Juve, mentre i supporter biancoazzurri, seppur senza alcuna violenza, contestano rumorosamente. Galeone, dopo aver ammesso l’esistenza di una possibilità su cento per la salvezza, per motivi di sicurezza, nonostante più di qualche perplessità manifestata dalla stessa autorità di forza pubblica, viene invitato ad abbandonare lo stadio a bordo di un cellulare della polizia, addirittura alle 20.40, quasi due ore e mezza dopo la fine della partita, iniziata alle 16.30. Intanto, le vittorie di Cesena, Lazio e Torino ed i pareggi di Bologna, Lecce e Verona, autorizzano dette squadre a credere ancora nella salvezza, così come l’Ascoli, seppur sconfitto. Unico verdetto definitivo, l’aritmetica retrocessione del Como, che accompagna in B il Pisa. Laddove, chi non contesta e, soprattutto, non demorde, si dà appuntamento per un’ultima, disperata, tappa per la salvezza. Divenuta davvero un affare complicatissimo, in cui cerca di districarsi Junior, a cui spetta il compito di formulare tutte le combinazioni possibili che potrebbero schiudere le porte delle speranze biancoazzurre, ovvero, oltre alla vittoria dei biancoazzurri a Pisa, la sconfitta del Torino a Lecce ed un non pareggio tra Ascoli e Lazio, che permetterebbero agli abruzzesi di giocarsi tutto in un torrido spareggio contro una tra Ascoli, Lazio e Torino. Quand’anche la matematica diviene un’opinione..!

Federico Ferretti

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