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Domenica 5 febbraio 1989 si gioca la 16° giornata di andata del campionato di serie A 1988 – ’89 ed il Pescara è impegnato in trasferta contro la Juventus. Il Delfino fa tappa a Torino caricato dal successo per 3 – 1 di sette giorni prima “all’Adriatico” contro il Bologna, che ha interrotto una serie negativa di tre sconfitte consecutive ed ha portato i bianco azzurri al decimo posto. E’ curioso come, stante una graduatoria cortissima, gli abruzzesi, pur essendo appena un punto sopra il quart’ultimo posto, che condanna alla serie B, tengano sotto di se ben otto squadre a lottare per la retrocessione, questione che, quasi a metà del guado, non sembra riguardare il Delfino. Così come lo scudetto si può considerare da tempo una meta ormai irraggiungibile per la Zebra, quarta in classifica a divincolarsi affannosamente per un posto in Coppa UEFA. I tifosi bianconeri hanno potuto osservare tutte le metamorfosi della Vecchia Signora: la splendida, ma scialacquatrice creatura di inizio stagione, poi quella meno scintillante, ma concreta, di inizio autunno, per approdare, infine, alla né bella né pratica e pure sfortunata pattuglia del momento, in crisi acuta di gioco e di risultati, da tre giornate senza successi (due sconfitte ed un pareggio). E quello che dovrebbe essere un fattore in più, il terreno amico, è diventato, invece, un problema per Madama, che al Comunale di Torino viaggia ad una media inferiore a quella di un punto a partita (solo sette quelli racimolati nelle otto gare interne fino a quel momento disputate, effetto di due vittorie, tre pari e due sconfitte). Per la verità, a Galeone, allenatore del Pescara, questa “maledizione del Comunale” non dispiace e prova a prolungarla, pur schierando una formazione alquanto rimaneggiata, considerate numerose defezioni, che poggia su Gatta, Camplone, Bergodi, Ferretti, Junior, Bruno, Pagano, Gasperini, Marchegiani, Tita e Berlinghieri. Zoff, tecnico bianconero, cerca, invece, di sfatare il tabù casalingo schierando Tacconi, De Agostini, Cabrini, Galia, Brio, Tricella, Marocchi, Rui Barros, Altobelli, Zavarov e Laudrup.

Su input di Galeone, che schiera una formazione, di fatto, senza alcun attaccante di ruolo, il Delfino non osa stuzzicare troppo la Zebra che dorme, preferendo accortezza tattica e densità nella propria metà campo, potendo anche contare sulla iattura che sembra perseguitare la squadra di Zoff al 26’, quando De Agostini riesce a penetrare in area ed a sferrare un fendente che sfiora il palo della porta abruzzese. Ma l’apice della iella si tocca una decina di minuti più tardi, materializzandosi con la traversa che dice no ad una girata sotto porta di piatto di Laudrup, dopo una punizione di Cabrini. Inimicizia della dea fortuna a parte, appare evidente come la Juve sia per molti versi una squadra sbagliata. Nel mercato, ad esempio, come dimostra il folletto portoghese Rui Barros che, ben servito da Laudrup, spreca malamente la palla del possibile vantaggio. Sbagliata nell’ammettere la coesistenza dei terzini De Agostini e Cabrini, entrambi mancini – problematica già emersa l’anno precedente con il tanto vituperato Marchesi in panchina – e, più in generale, di non aver provveduto allo svecchiamento di due mostri sacri come Brio e Tricella, che appaiono in evidente difficoltà al cospetto di avversari veloci. La riprova di tutto ciò al 43’, attimo in cui un campanile da centrocampo di Junior finisce proprio su Berlinghieri che in area, forse con il braccio, serve Tita, lestissimo a bruciare di patto Tacconi. Nell’intervallo, solita uscita anticipata dallo stadio del patron juventino Boniperti che ha un battibecco con un tifoso, invitato dal presidente a chiudere la bocca nel caso in cui fosse interessato a non rimetterci le proprie arcate dentali…

Ad avvio ripresa, però, ecco l’azione che potrebbe sbloccare, finalmente, la Juve: cross dalla sinistra di Cabrini, sponda di testa di Altobelli per Barros che, di sinistro al volo, appena dentro l’area, stavolta non lascia scampo a Gatta. La riscossa bianconera ha come leader Altobelli, deciso a spegnere il calderone delle polemiche sull’anagrafe media troppo elevata di Madama: è proprio Spillo, infatti, al 53’, a dare il La ad uno splendido uno – due con Zavarov, l’altro acquisto dell’estate 1988, che entra in area e, solo davanti a Gatta all’altezza del dischetto del rigore, non inquadra la porta, calciando a lato. E, puntuale, ecco un’altra conferma in negativo sulle doti del giocatore sovietico, arrivato sotto le Alpi in pompa magna, ma ben presto immalinconitosi nel grigiore della Torino bianconera di stagione. “Salvate il soldato Zavarov”, il monito del suo ex colonnello Lobanowski alla Dinamo Kiev. Sì, purché si riesca a capire se il ragazzo sia un centravanti, più o meno atipico, od un fantasista. Un equivoco tattico acuito da evidenti problemi di comunicazione interna, visto che Zavarov parla solo ed esclusivamente russo, girando francobollato da un interprete. Così, anche la pazienza infinita di un gentiluomo come Zoff sembra avere un limite, che Brio rischia severamente di travalicare quando, dopo aver stoppato una conclusione insidiosissima di Pagano – servito da un sempre lucido Junior – riconsegna incredibilmente il pallone all’ala destra pescarese che, forse incredulo, spedisce alto clamorosamente. E’ il segnale che la Juve di giornata si può battere e, allora, Galeone dà un calcio alla tattica sparagnina ed inserisce un attaccante di ruolo, Edmar, al posto di Pagano, per gli ultimi venti minuti. In cui Laudrup si fa anticipare sul più bello, De Agostini, dalla distanza, trova Gatta pronto ad alzare sopra la traversa, Barros sfiora il palo con un tiro che sibila alla destra di Gatta, ma, soprattutto, l’arbitro Frigerio, compensando il sospetto braccio di Berlinghieri nell’azione del vantaggio pescarese, non fischia un rigore più che sospetto per fallo di Cabrini su Camplone.

Finisce, così, 1 -1, con la curva Filadelfia che, dopo tanto sostegno, fischia e contesta la Juve, in uno dei pochi momenti di abbandono della Vecchia Signora, quasi sempre seducente per i suoi tanti amanti in 91 anni di storia. Per un Delfino che si lecca i baffi, una Zebra che si lecca le ferite..!

Federico Ferretti

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