Più di mille panchine da professionista e da protagonista, perché Zdenek Zeman è un allenatore che non passa mai inosservato. C’è chi lo ama per le verticalizzazioni, i cambi di gioco, la costante ricerca del gol, chi invece punta l’indice sulla fase difensiva che potrebbe essere migliorabile. Lui, a 70 anni, è sempre attuale, perché ai presidenti piace per la sua capacità di lavorare con i giovani, mentre i giocatori sono certi che con Zeman, le loro qualità saranno esaltate.

Tornato a Pescara a febbraio, “il boemo”, ha detto che la parte finale della stagione sarebbe servita a preparare quella successiva in B, un campionato che in riva all’Adriatico, lo aveva visto protagonista nella stagione 2011-12.

Più di mille panchine. I ricordi non mancano…

«Il calcio propone situazioni belle e momenti nei quali non tutto fila alla perfezione. In questi anni ci sono stati momenti belli e altri meno, ma non faccio classifiche. Guardo avanti, sta per iniziare un altro campionato.»

Il Ko al Real

Io, invece, vorrei parlare di una partita di trent’anni fa tra una squadra di B, il Parma, e il Real Madrid…

«La gente, quel 2-1, lo ricorda ancora. Io ero da poco arrivato sulla panchina del Parma, la dirigenza aveva programmato un’amichevole con il Real, noi ci allenavamo da quindici giorni e il risultato finale non sembrava essere in discussione.»

Prosegua perché il 18 agosto 1987 a Parma è una data segnata con il circolino rosso

«Lo stadio era esaurito, c’era curiosità intorno a noi. Io negli spogliatoi chiesi di giocare tranquilli e di provare a fare quello che avevamo fatto durante gli allenamenti. Il Real andò in difficoltà, noi segnammo con Gambaro e Turrini, poi sul 2-0 arrivò il gol di Emilio Butragueno.»

C’è dell’altro… eliminaste il Milan di Arrigo Sacchi dalla Coppa Italia!

«Sacchi aveva appena lasciato Parma, chiamato in rossonero da Silvio Berlusconi. La partita finì 2-2: Zannoni fece 1-1 dopo il gol del vantaggio di Van Basten, mentre il pareggio di Gullit arrivò a 10’ dalla fine. Alla fine vincemmo 6-5 ai calci di rigore. Però preferisco parlare di oggi…»

Cambio di Mentalità

Oggi è il Pescara, dove ha già vinto un campionato. Quando è tornato ha detto che avrebbe iniziato a lavorare per la stagione successiva. E’ riuscito nel suo intento?

«No, non sono riuscito perché sono riuscito a cambiare la mentalità della squadra.»

Cioè?

«Avrei voluto vedere una reazione che non c’è stata: la squadra era abituata a perdere, avremmo dovuto cambiare, dare una sferzata e provare a fare delle cose per vincere. Non sono riuscito nel mio intento, così a luglio siamo ripartiti da zero.»

Obiettivo di questa stagione?

«Noi dobbiamo cercare di vincere, dobbiamo puntare alla promozione, a essere protagonisti. Questo si aspetta il presidente e questo vuole il pubblico. Stiamo lavorando per questo…»

Come spesso avviene, le viene affidata una squadra di giovani.

«Quando si lavora con i giovani è meglio: non sono ancora formati come calciatori e assimilano in pieno le richieste dell’allenatore. Il giovane ha voglia di apprendere, accetta il cambiamento, mentre i calciatori, non dico quelli a fine carriera, ma anche quelli intorno a 25 anni, sono più restii.»

L’anno scorso ha fatto esordire Mamadou Cou- libaly, 18 anni appena compiuti e pochi mesi di esperienza nel settore giovanile.

«Ha ottime qualità, deve migliorare e lo sa. Io l’ho fatto esordire, lui deve lavorare per affermarsi.»

Si può migliorare sempre?

«Certo! C’è sempre da imparare, a tutte le età. E si impara da tutti.»

La Favola della Fatica

Dicono che i suoi allenamenti siano duri, però danno frutti: molti suoi ex calciatori sono arrivati in Nazionale…

«Quella del lavoro duro è una favola. Nel calcio ci si allena meno rispetto ad altri sport.»

Lei in gioventù ha praticato hochey su ghiaccio, pallamano e pallanuoto. Cosa ha portato di questi sport nelle sue squadre di calcio?

«L’organizzazione nell’hochey è un fattore determinante, proprio come lo è nel calcio, ma più di ogni altra cosa da questi sport mi sono tenuto stretto il concetto di contropiede, la superiorità numerica, perché o hai in squadra un fenomeno che ne dribbla tre e va in porta oppure è più facile segnare con la difesa avversaria messa male, colta di sorpresa.»

Ha sempre proposto il 4-3-3 e le sue squadre spesso a fine stagione hanno avuto il miglior attacco. Quali sono le difficoltà che incontrano gli avversari?

 

«Non devi chiedere a me, ma a loro. Il mio concetto di gioco è semplice: quando abbiamo la palla dobbiamo fare un’azione che metta in difficoltà gli avversari, quando si ha la palla bisogna attaccare, cercare di segnare.»

E’ questo ciò che le chiedono i presidenti quando le affidano la squadra?

«La richiesta è quella di  far crescere i giovani, di proporre bel gioco e di far divertire il pubblico.»

Le chiedono poco…

«Già, però, quando riesci contemporaneamente a far crescere i giovani, proporre bel gioco e far divertire chi viene alla stadio, puoi fare una cosa: vincere!»

fonte: B-MAGAZINE

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